La festicciola di Halloween è in realtà molto importante e ha un significato profondo ed antico; lo sappiamo bene, si tratta della nostra celebrazione dei morti e dei santi mascherata da festa.

Ma in effetti, una festa voleva essere anticamente e con questa l’intenzione di celebrare un collegamento con ciò che è più temuto: la paura della morte.

Vi risparmio discorsi sulla morte, anch’io devo ancora digerirla bene e quando verrà il momento, magari prima di chiudere gli occhi per sempre vi scriverò un articolo sulla questione (o se mi riesce ve lo faccio sapere dopo, ancora meglio).

Voglio però approfittare di questa occasione per ricordare un altro aspetto di questa festa che è quello della paura.

La festa parla dei morti, ma parla soprattutto della paura che si ha della morte. E la paura, in realtà è al centro delle celebrazioni. La paura è qualcosa che viviamo tutti i santi giorni. Dite che non è vero? Beh, lo spero per voi, ma la paura può anche essere vissuta in modo silente e sempre presente.

Di fronte ad un pericolo la paura si manifesta anzitutto in modo fisiologico, il sistema simpatico si attiva e partono tutta una serie di reazioni chimiche e messaggi nel nostro corpo che portano all’ansia, la palpitazione, gli sfoghi cutanei, l’alterazione della pressione sanguigna, la diarrea… devo continuare? No, che lo sapete già!

Ma di che pericolo si tratta? Beh se per caso siamo finiti sul bordo della finestra aperta del 50° piano del pirellone o se ci stanno rapinando con un coltellaccio puntato agli occhi allora quella paura è fisiologica e legata all’istinto di sopravvivenza; anzi meno male che ce l’abbiamo. Mi preoccuperei se così non fosse…

Poi ci sono quelle paure che provengono da traumi come violenze o abusi laddove è certamente necessario sottoporsi prima e/o durante ad un periodo di terapia psicologica o addirittura psichiatrica in casi estremi. In quelle situazioni purtroppo la memoria riporta alla superficie situazioni passate che sono vissute come reali e presenti, ed è come trovarsi di nuovo davanti ad un rapinatore o in cima al grattacielo. Siamo incapaci di distinguere tra la memoria del passato ed il presente, viviamo nel passato pensando che è il presente.

Esiste invece una paura che ha un impatto più sottile. Non è il risultato di un pericolo presente. Né è il risultato di un pericolo passato vissuto come presente.

È semplicemente un meccanismo acquisito, una forma di “difendersi” ma…da che? Non certo dall’istinto di sopravvivenza, ma per usare la stessa terminologia potremmo dire dall’istinto di sopravvivenza della propria immagine. Non abbiamo paura di perdere la vita, non c’è alcun pericolo di questo tipo attorno a noi. Abbiamo solamente paura di perdere il protagonismo e questo implica aver paura di perdere la bella o brutta immagine che abbiamo di noi, e quella che gli altri hanno di noi (che è la stessa cosa). Questa è la paura regina, quella che poi si manifesta in varie salse come la paura del buio, la paura del partner, la paura dell’esame, la paura del futuro, la paura dell’incertezza, la paura del dialogo, la paura alla bellezza….

Questa paura ci fa vedere le cose in modo distorto. È un filtro sulla realtà che ci impedisce di osservare le cose in modo più “oggettivo”. Il problema è che il filtro non si vede. La paura è fondamentalmente il risultato di una serie di condizionamenti esterni sì, ma nel momento in cui la viviamo è una serie di senti-menti interni che si manifestano con micro-pensieri e micro emozioni che non vediamo. Non vediamo perché non siamo abbastanza attenti. La attenzione che manca è quella rivolta verso dentro che, di solito, non applichiamo. Nessuno ci ha insegnato a farlo. Perciò non lo sappiamo fare.

La Mindfulness ci addestra a questo con pratiche quotidiane che, giorno dopo giorno ci fanno capire come “stare attenti” a noi stessi (mentre stiamo attenti al resto) e gradualmente sviluppiamo una attenzione sempre più profonda alla parte più intima e nascosta. È un esercitarsi sull’auto osservazione, non per imparare a controllarci ma per conoscerci meglio. È un esercitarsi alla “consapevolezza” (parola strausata ultimamente ed in modo, spesso, inappropriato).

Ma tornando a quelle paure che ho definito istinto di sopravvivenza alla propria immagine e per portare qualche esempio, in nome di questa immagine alla quale siamo perdutamente (e segretamente) “innamorati” facciamo le cose più complicate e meno efficaci. Rinunciamo alle opportunità che ci da la vita e che si presentano in forma di nuovi lavori, nuove relazioni, nuovi viaggi, nuove case, nuovo tutto….

O al contrario, che è lo stesso, ci abbandoniamo a qualunque delle cose appena citate e saltiamo da un lavoro all’altro, da una relazione all’altra, viaggiamo e usciamo di casa continuamente per paura dell’immagine di noi vincolata a quello o a questo (io sono un grande lavoratore, io devo assolutamente avere un compagno, io devo assolutamente godermi la vita, io vivo secondo una etica mia che è…).

E in ogni caso inventiamo le ragioni e gli alibi più incredibili per giustificare le nostre “sensatissime” azioni: in questo momento non me lo posso permettere economicamente, in questo momento devo centrarmi su di me, in questo momento sono troppo “stressato”, in questo momento ho altre priorità, in questo momento devo dare un cambio alla mia vita…

Per esempio, scena A: io ce la faccio da solo. Scena B: io non ce la faccio da solo. Ecco perché non ho bisogno o ho bisogno degli altri.

Scena A: a me non interessa quel lavoro. Scena B: a me interessano tutti i lavori ecco perché cambio o non cambio lavoro.

Scena A: a me queste coppie fisse mi sembrano tutte fatti di schiavi del sistema. Scena B: a me le relazioni promiscue mi sembrano una vergogna o una follia.

Scena A: io vedo quella persona o quelle persone perché voglio proprio aiutarle (mentre in realtà le vedo per dimostrare a me stesso che sono utile e che qualcuno mi deve gratitudine).

Scena B: io non aiuto nessuno perché sono al di là di tutti questi meccanismi della mente… io sono già consapevole…

Scena A: io lo amo per questo lo cerco continuamente (paura di restare solo). Scena B: Io non la amo per questo voglio allontanarmi da lei (paura di perdere la propria indipendenza).

E così via, sicuro che avete altre situazioni in mente…

Così per paura di perdere questa o quella immagine frutto del nostro micro pensare, incominciamo ad agire per mantenerla in vita e confermarla…Alla fine diventa un peso, una catena, una condanna. Spesso a vita.

Naturalmente non è che ci sia una forma assolutamente giusta o sbagliata di agire. Tutto dipende da chi agisce e quando. Ma ciò che conta è: agisco io o le paure che mi controllano?

Ti prego, non sentirti ferito dagli esempi appena fatti. Nessuno può dire se si applica o no a te lettore o lettrice. Per quanto mi riguarda io le situazioni citate le ho vissute tutte sulla mia pelle, sono la mia esperienza ma per quanto ti riguarda solo tu lo puoi sapere. Ma tu, proprio tu, non le tue paure.

Infatti, dietro ogni singola azione che facciamo o non facciamo c’è l’ombra della paura che non è altro che una serie di solidi processi mentali appresi dalla mente per mantenere l’equilibrio creato e continuare ad essere così come “ci immaginiamo” ora. Questo è istinto di sopravvivenza sì, ma dell’immagine!

Questo è il problema, spesso sono le nostre paure a guidare la nostra interpretazione dei fatti. Non siamo veramente noi. Ma non ce ne rendiamo conto. Ecco perché la Mindfulness può essere utile nella nostra vita, per renderci conto di chi prende le decisioni in noi, chi fa le cose, aiutandoci ad allenare la mente ad auto osservarsi di fronte agli eventi della vita che si susseguono.

Poi, più in là, viene un altro incredibile passo. Immaginate per un momento che vi rendiate conto che la immagine che avete di voi non ha molto valore cioè incominciate a capire che tutte quelle immagini/idee di voi che vanno e vengono nella vostra mente sono veramente tante, troppe e incominciate a domandarvi ma… sono veramente io questo? Com’è possibile? Semplicemente vi state “disidentificando” da voi stessi. Inizia, cioè, un periodo di allontanamento da quella “maschera” che ci portiamo dietro da anni per sostenere le nostre paure.

Immaginate per un momento la sensazione di leggerezza nel rendersi conto che non me ne frega assolutamente nulla se le cose non sono come mi ero immaginato, perché i miei pensieri e le mie immaginazioni non sono poi tanto mie! E che non ho l’obbligo di raggiungere alcunché di tutto quello che faccio o non faccio, perché non devo dimostrare assolutamente nulla a me stesso, né agli altri… certo, posso continuare a farlo o non farlo ma è una dolce sensazione di levità il sapere che non sto perdendo poi gran cosa. È come se si pesasse qualche kilo in meno. Forse allora ci verrà da ridere e festeggiare quelle paure e quelle maschere con le quali ci addobbavamo, create appunto dalle paure…Ed ecco, forse, spiegata la festa di Halloween.

 Il viaggio per “pesare meno” è lungo, ma potrebbe partire oggi, celebrando la presa di coscienza del fatto che indossiamo sempre almeno una maschera, creata dalle nostre paure e che guarda caso…fa paura! Quella maschera un giorno riusciremo a togliercela e a scoprire chi siamo veramente. Basta SOLAMENTE rimboccarci le maniche e Lavorare quotidianamente tenendo per favore debitamente in conto che il fatto di lavorare con noi stessi… ci fa paura!

Forse (e spero) avendo vinto tutte queste paure nell’arco della nostra vita, davanti alla morte avremo qualche paura in meno…

 Happy Halloween… che paura!

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